22 maggio 1978. 40 anni da quella fatidica data che ha cambiato le sorti delle donne in Italia e la storia del nostro Paese in tema di aborto, fino a quel momento considerato e punito come un reato penale.

L’appello di quattro ginecologhe al Ministro della Salute Giulia Grillo, arriva a 40 anni dall’entrata in vigore della legge 194 e da quello storico referendum che la rese possibile.

Cosa chiedono le dottoresse Silvana Agatone, Elisabetta Canitano, Concetta Grande, Giovanna Scassellati? Semplicemente che venga applicata la legge e che vengano garantiti i diritti di ogni donna. Diritti che in molti, uomini e donne, stanno chiedendo di difendere tramite una petizione che ha già raccolto più di 106 mila firme.

Quello sollecitato al Ministro Grillo è un impegno reale e tangibile attraverso:

  • erogazione del servizio IVG in ogni ospedale, con la presenza obbligatoria di ginecologi non obiettori 24 ore su 24 
  • sanzione delle direzioni sanitarie che non assicurano piena assistenza a chi ne ha bisogno e diritto
  • istituzione di una helpline nazionale e gratuita con un servizio di assistenza attivo 24 ore su 24

Nella petizione le 4 ginecologhe ricordano che nel 2015 solo 385 ospedali, su 614, effettuavano l’aborto. Nel 2016, il numero è sceso da 385 a 371 per poi continuare a diminuire negli anni seguenti.

Nella realtà, quindi, poco più della metà degli ospedali garantisce il rispetto della legge.

Scienza, coscienza, etica, religione. Il problema dell’inapplicabilità della legge 194 potrebbe risiedere nelle pieghe di principi e covinzioni con i quali anche i medici si trovano a fare i conti.

Obbligare una persona ad andare contro i propri valori è morale? Dove finisce il diritto del medico di rispettare il proprio codice etico e religioso (?) e dove inizia il diritto del paziente?

Dov’è l’argine delle tutele di una donna che volontariamente decide di interrompere una gravidanza? Eche spesso non riesce ad usufruire dell’aborto farmacologico? (In Italia è consentito solo fino a 49 giorni di gravidanza, invece che fino a 63 come in altri paesi del mondo).

La verità è che troppo spesso il problema non risiede né nell’etica né nella religione. Per quanto potrebbe essere ugualmente non condivisibile ed accettabile (ma questa è un’altra storia).

L’ essere obiettori ha spesso nulla a che vedere con la coscienza, la religione o la propria sensibilità. Dipende per lo più da un sistema oramai collaudato nel quale i medici si trovano a vivere e che finisce con l’incentivare questa posizione, quando non a farla diventare addirittura una vera e propria scelta obbligata.

Essere obiettore non equivale ad essere contro l’aborto ma a decidere di non complicarsi troppo vita e carriera. Equivale a decidere di non essere discriminati ed ostacolati anche nello svolgimento di mansioni qualificanti.

Senza contare un dato allarmante. Data la penuria di personale all’interno degli ospedali, chi non si dichiara obiettore si ritrova spesso e (mal)volentieri a praticare quasi esclusivamente aborti. Con tutto ciò che ne consegue nel carico di lavoro, anche in termini psicologici.

È il caso di riflettere in profondità (e ringraziamo Silvana, Elisabetta, Concetta e Giovanna per averci dato l’opportunità di farlo) perché è di vitale importanza garantire che il diritto ad interrompere una gravidanza, sia garantito in tutte le strutture pubbliche deputate a farlo. Nel rispetto della legge e della donna. E nel rispetto di tutti coloro che quel referendum 40 anni fa lo hanno voluto e votato, decidendo che l’aborto dovesse essere legale e possibile e permettendo all’Italia di diventare un Paese più civile.

Perché la legge 194 è prima di tutto una legge di civiltà, oltre che di tutela nei confronti delle donne.

È il caso di ricordarlo sempre. Sempre e forse un po’ di più in questi giorni in cui il mondo si prepara a celebrare la giornata contro la violenza sulle donne (25 novembre).