Ieri era il quarantunesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro.

Il 9 maggio 1978 il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro viene ritrovato morto, dopo 55 giorni trascorsi nella cosiddetta “prigione del popolo“, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa abbandonata in via Caetani.

Sono passati come dicevamo 41 anni ma sul caso Moro di certezze ne abbiamo veramente poche.

Tutto comincia il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti.

La Fiat 130 non blindata, seguita da una macchina di scorta che trasporta Moro dalla sua abitazione al quartiere Trionfale, alla Camera dei deputati, subisce un agguato da un commando delle Brigate Rosse.

All’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa.

Il commando di fuoco delle Brigate Rosse annienta la scorta di Aldo Moro. Cinque uomini: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi.

In pochissimi secondi le BR sequestrano il presidente Moro, rimasto illeso.

Dopo una prigionia di 55 giorni ed un processo farsa, le Brigate Rosse decidono di giustiziare Aldo Moro, ufficialmente nel covo di via Camillo Montalcini 8.

Lo fanno salire nel portabagagli della Renault 4 rossa e lo coprono con una coperta, dicendo che sarebbe stato trasportato in altro luogo. Una volta coperto sparano dodici proiettili, uccidendolo. La stessa auto, con a bordo il corpo di Moro, viene lasciata la mattina del 9 maggio 1978 in via Caetani, a metà strada tra piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano.

Le uniche  certezze che abbiamo ad oggi nell’ “affaire” Moro sono: l’agguato in via Fani ed il ritrovamento del corpo in via Caetani. Tutto il resto continua ad essere avvolto nella nebbia più fitta.

Non sappiamo, cominciando dall’agguato, il numero preciso dei partecipanti al commando di fuoco. Non si capisce perché indossassero delle divise da pilota (rimanendo così più impressi a chiunque li vedesse). Forse non si conoscevano tra di loro e le divise servivano per riconoscersi?

Il commando di fuoco era composto solo da brigatisti? O c’era almeno un mercenario esperto in armi? Visto che la maggioranza dei colpi esplosi proveniva da una sola arma.

Subito dopo l’agguato, dove portarono Moro? Quante prigioni ha cambiato? E visto che c’era della sabbia nei risvolti dei pantaloni di Moro, lo portarono forse fuori Roma? O la sabbia era solo un depistaggio?

Quanti furono realmente i carcerieri di Moro?

I famosi interrogatori, da chi furono condotti? Solo da Moretti? Come hanno sempre affermato con versioni concordate i brigatisti.

Qualcuno dall’esterno incontrò Moro in quei 55 giorni?

Perché i brigatisti dissero che avrebbero reso tutto pubblico ed invece alla fine non rivelarono nulla di quanto detto da Moro? Eppure Moro svelò segreti importantissimi (come Gladio) e criticò in maniera forte i massimi esponenti della DC.

Perché da subito il famoso criminologo Ferracuti, iscritto alla Loggia P2 (come i capi dei servizi segreti dell’epoca e molti altissimi militari), chiamato da Francesco Cossiga, ministro dell’interno all’epoca, a far parte del “comitato degli esperti”, disse che le lettere di Moro non erano da considerarsi autentiche? (Sembra che Moro scrivesse sotto dettatura o in preda a sostanze stupefacenti).

Che ruolo ebbe la P2? Perché si chiese aiuto alla malavita romana ed alla mafia per trovare la prigione di Moro? (Si dice che una volta identificata, nessuno fece nulla per liberarlo).

Perché Moro doveva morire? I brigatisti, se lo avessero rilasciato vivo, avrebbero vinto su tutti i fronti. Erano venuti a conoscenza di molti segreti, non si sarebbero macchiati mai dell’omicidio di un inerme e avrebbero creato un serio problema all’interno della Democrazia Cristiana.

Perché, pur potendo vincere, hanno deciso di perdere?

E poi è credibile uccidere Moro, in via Montalcini, e trasportarlo per mezza Roma, con la città presidiata dalle forze dell’ordine, per poi lasciarlo in via Caetani?

Forse è più credibile credere che lo abbiano ucciso là nei paraggi. Qualcuno dice che lì ci fosse un palazzo che godeva dell’extraterritorialità.

E poi, infine,

perché tutti quelli che sono venuti in possesso dei segreti sul caso Moro sono morti ammazzati?

Il giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma perché scriveva troppo sul suo giornale “OP”, di memoriali veri e memoriali falsi, riguardo Moro.

Ed il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso a Palermo dopo appena cento giorni dalla nomina a prefetto, non certo per quello che ancora non aveva potuto fare alla mafia. Ma senz’altro perché anche lui era venuto a conoscenza dei segreti sul caso Moro.

Perché, a distanza di quasi mezzo secolo, il caso Moro rimane il momento più buio della “notte della repubblica”?

Forse dobbiamo dare ascolto ad una massima di Giulio Andreotti: “fare luce sui misteri d’Italia? Troppa luce acceca”.