Il magistrato Luca Palamara è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha accolto la richiesta di Riccardo Fuzio, Procuratore generale della Cassazione. Anche lui indagato dalla Procura di Perugia, per rivelazione di segreto d’ufficio, proprio nei confronti dello stesso Palamara.

Al magistrato Palamara sarà comunque corrisposto un assegno alimentare.

La sezione disciplinare aveva rigettato la richiesta dei legali di Palamara. Quella di ricusare due giudici togati del Csm, Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, entrambi facenti parte del collegio giudicante sul Palamara.

Il suo avvocato, Benedetto Marzocchi Buratti, ha annunciato che ricorrerà alle Sezioni Unite civili della Cassazione. “Impugneremo sicuramente l’atto“.

Luca Palamara ha solo dichiarato: “continuerò a difendermi nel processo“.

L’ accusa a Palamara, lo ricordiamo, ruota tutta intorno ai suoi rapporti con Fabrizio Centofanti, dal quale avrebbe ricevuto regalie varie e benefici.

E pensare che Palamara, negli ultimi dieci anni, è stato uno dei magistrati più potenti d’Italia.

Prima come presidente dell’ANM, poi come membro togato del CSM. Nonché come capo della corrente Unicost.

Era facile vederlo allo stadio in tribuna autorità a vedere le partite di calcio. O partecipare a qualche torneo di tennis per VIP.

Era lanciatissimo. A giugno sarebbe dovuto essere nominato Procuratore aggiunto a Roma. Con il pacchetto Marcello Viola Procuratore capo a Roma, da lui fortemente caldeggiato.

Invece, causa il trojan, che ha infettato il suo cellulare ed ha carpito conversazioni poco consone ad un esponente della magistratura, ha dovuto rinunciare ai suoi sogni di gloria e potere. E ci ha, come si dice, “rimesso le penne“.

Ora, da burattinaio, è diventato, suo malgrado, burattino di una giustizia spesso incomprensibile a noi semplici cittadini.

E credo, vista la faccia sgomenta che il magistrato mostra ora, anche a lui stesso.

Mi viene in mente la frase finale di quel bellissimo film di Alberto Sordi, Tutti dentro:

accettare l’ingiustizia come regola, non come eccezione. Questo nella speranza, ovviamente, che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti“.