I conti ovviamente non tornano.

La “bomba” esplosa nella Capitale all’inizio dell’anno continua a deflagrare senza che si trovi una soluzione. Stiamo parlando di uno scherzetto che coinvolge un quarto di milione di unità abitative a Roma.

Andiamo per ordine. Per decenni a Roma chi ha comprato casa in edilizia agevolata l’ha poi potuta rivendere a prezzo di mercato, purché fosse decorso un certo lasso di tempo (generalmente dieci anni).

La prassi era ben consolidata. Il Comune rilasciava il nulla osta e i notai rogitavano atti senza soluzione di continuità. Dopo la sentenza della Cassazione del 2015 n.18135 tutto è drammaticamente cambiato. Per i giudici, l’obbligo di vendere a prezzo “agevolato”, doveva essere rispettato per la prima e anche per le successive compravendite dell’immobile.

In pratica, chi aveva comprato a 100.000 euro (prezzo agevolato), non avrebbe potuto rivendere a 300.000 euro (prezzo di mercato). Apriti cielo! Gli acquirenti sono corsi dagli avvocati per far valere le loro ragioni: la restituzione della differenza ingiustamente pagata (200.000 euro nell’esempio fatto).

“Non siamo in grado di restituire le cifre richieste – si sfoga Andrea, uno dei proprietari coinvolti nella vicenda – e siamo accusati di aver speculato!

Chi sta approfittando della situazione è chi ci sta facendo causa, perché affranca l’immobile e ne diviene proprietario al 100%. Potrà rivendere a prezzi di mercato facendo un vero affare”.

Eh già, perché gli immobili dello scandalo sono costruiti in diritto di superficie su suolo del Comune, per cui chi li acquista non ne è totalmente proprietario. Per riscattarne la superficie bisogna versare alle casse comunali una cifra che si aggira intorno a diverse migliaia di euro.

Dunque i venditori si sentono più che beffati. La buona novella per ora è che, dopo le prime sentenze che hanno accolto le richieste degli acquirenti, i giudici sembrano essersi fermati.

“Non si arriva a sentenza. I giudici – ci dice Anna D’Ambrosio, vicepresidente del Comitato Venditori 18135 – rinviano le decisioni. Si sono resi conto dell’ingiustizia sociale di questa situazione, che forse all’inizio sembrava limitata a pochi casi ma che poi ha coinvolto tantissimi cittadini”.

Ora quello che ci si aspetta è un segnale dalla politica. “Sono allo studio alcune proposte di legge per riempire questo vuoto di tutela che si è venuto a creare dopo la sentenza” conferma Anna D’Ambrosio, “ma di concreto ancora non c’è nulla”.

Nel frattempo i venditori più fortunati attendono, i più sfortunati si ritrovano a dover pagare somme insostenibili, semplicemente per aver rispettato la normativa allora in vigore.

Il prezzo pagato non corrisponde al valore ottenuto. Come sempre.