Non bisogna inflazionare parole come eroe o gigante ma nel caso di Carlo Urbani, queste parole si possono tranquillamente usare.

Urbani non è un eroe perché è morto di SARS, quello è l’incidente di percorso che certamente avrebbe evitato e chiaramente non si è andato a cercare. Era un grande infettivologo, non era un incosciente e sapeva come comportarsi.

Se è un eroe lo è per i 47 anni di vita precedenti alla SARS, 47 anni in cui si è comportato in maniera coerente, proprio come all’ospedale francese di Hanoi, dove si cercava il medico che scendesse in trincea e salvasse delle vite.

È andato lui senza esitare.

Mauro Brecciaroli, collega ed amico di Urbani, racconta di quando andavano apparentemente in vacanza. Perché poi in realtà le vacanze si trasformavano in viaggi di lavoro, per la cura di centinaia di bambini.

Un anno tornammo lui con il tifo io con la malaria“.

Urbani era uno scienziato ma anche un grande credente. Classe 1956, si laurea in medicina nel 1981 presso l’Università di Ancona e consegue la specializzazione in malattie infettive e tropicali presso l’Università di Messina.

Nel 1993 diviene consulente dell’Organizzazione mondiale della Sanità. E nel 1996 entra a far parte dell’Organizzazione non governativa Medici senza Frontiere.

Coordina il progetto con Medici senza Frontiere in Cambogia.

Nel 1999 diviene presidente della sezione italiana di Medici senza Frontiere e in tale ruolo ritira, lo stesso anno, il premio Nobel per la pace ad Oslo.

Piccolo aneddoto. Non essendo, per sua stessa definizione, tipo da smoking, ne affitta uno per l’occasione che dimenticherà di portare con sé e che gli sarà poi spedito d’urgenza ad Oslo, per la cerimonia.

Il 6 gennaio 2000, Carlo Urbani riceve dall’OMS la notizia che il suo nuovo incarico sarà il Vietnam. Ci dovrà rimanere tre anni.

Il 28 febbraio 2003 Johnny Chen, uomo d’affari americano, viene ricoverato per una polmonite atipica presso l’ospedale di Hanoi. Urbani subito si reca sul posto.

Il medico capisce immediatamente di trovarsi davanti ad una nuova malattia e che la situazione è grave. Riesce a convincere le autorità locali ad adottare misure di quarantena.

L’ 11 marzo 2003, durante un volo tra Hanoi e Bangkok, Urbani si sente male. Ha la febbre scopre di avere contratto il morbo.

Chiede, allo sbarco, di essere messo subito in quarantena. Muore il 29 marzo 2003, dopo 19 giorni di isolamento, lasciando tre figli e la moglie.

Ai medici accorsi per curarlo dirà di prelevare i tessuti dei suoi polmoni, per analizzarli ed utilizzarli per la ricerca.

Carlo Urbani ed altri quattro operatorii sanitari saranno gli unici decessi per SARS in tutto il Vietnam, primo paese del sud-est asiatico a dichiarare la SARS debellata.

Urbani con la sua lungimiranza ha permesso di salvare migliaia di vite.

Secondo l’OMS, il metodo anti-pandemie da lui realizzato nel 2003, rappresenta ancora oggi un protocollo internazionale per sconfiggere questo tipo di malattie.

Era un uomo che amava il suo lavoro e quello che di buono ne poteva derivare. Semplicemente era solito dire ad amici e famigliari: “io non scappo davanti alla malattia, perché io sono il medico“.