In questi giorni, alla 69^ edizione del Festival di Berlino, potrebbe trionfare “La paranza dei bambini”.

Il film di Claudio Giovannesi (unico italiano in concorso) è tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano (che, insieme a Giovannesi, ne è anche sceneggiatore).

Sono gli stessi giorni in cui la Direzione Investigativa Antimafia presenta la sua ultima Relazione Semestrale.

Negli ultimi 5 anni, si legge, “ci sono stati casi di mafiosi con età compresa tra i 14 e i 18 anni. E la fascia tra i 18 e i 40 anni ha assunto una dimensione considerevole e tale da superare quella della fascia 40-65, di piena maturità criminale. […] Con le donne che assumono, sempre più spesso, ruoli di rilievo nella gerarchia dei clan, soprattutto in assenza dei mariti o dei figli detenuti”

Le giovani leve sono “linfa vitale” per le mafie. Linfa vitale che permette di rigenerarsi grazie a quei giovanissimi che svolgono mansioni poco qualificanti o sono senza occupazione (o forse in attesa del reddito di cittadinanza – ndr).

Non solo dunque tra i figli dei boss. Il “reclutamento della manovalanza criminale” ha un bacino piuttosto esteso.

Il dato assai preoccupante è che, come non è difficile immaginare,

“il reclutamento non appare certamente disgiunto da una crisi sociale diffusa che non sembra offrire ai giovani valide alternative per una emancipazione dalla cultura mafiosa”.

E questo ovviamente, come sempre, soprattutto al Sud.

Le nuove leve criminali appartengono infatti innanzitutto alla Campania, alla Calabria, alla Sicilia e alla Puglia.

Il “ricambio generazionale” con boss sempre più giovani è presente all’interno della ‘Ndrangheta, di Cosa nostra e della Sacra Corona Unita. Discorso diverso invece per la Camorra.

Le giovani leve della Camorra sono espressione, si legge, anche di “micro-formazioni in cerca di spazio per tentare la scalata al potere criminale. Esse si affiancano ai giovani delinquenti, terza generazione delle famiglie più rappresentative dei quartieri del centro storico e dell’area nord”.

Il denominatore comune di tutti questi giovani-bambini-apprendisti mafiosi? “Spregiudicatezza criminale, ambizione di riconoscimento e di carriera, uso indiscriminato della violenza, uso dei social”.

E poi c’è un capitolo su Roma. La città più bella del mondo. Sede spesso di dibattito sull’esistenza, o meno, di infiltrazioni mafiose, di cui si è sempre cercato di negare l’esistenza o quantomeno di ridimensionarne il fenomeno.

Per la Direzione Investigativa Antimafia Roma è il “polo di attrazione di tutte le mafie”.

E la cosa più allarmante è che questo “invidiabile” primato della nostra capitale sembra essere possibile “anche grazie alla disponibilità di imprenditori e pubblici funzionari compiacenti ad aderire a richieste e comportamenti di natura corruttiva”.

Bisogna stare molto attenti ad utilizzare la parola “mafia” in contesti criminali che non hanno nulla a che fare con  gli stilemi mafiosi.

Ma molta più attenzione bisognerebbe prestarla a non sottovalutare MAI il fenomeno o a sottodimensionarlo.

Ma soprattutto a combatterlo a dovere cominciando con il riempire quei vuoti socio-economici e socio-politici, riempiti, oggi, dalle mafie di ogni genere e colore.