Duecento anni di “Infinito” e non sentirli.

Tanto è passato da quando Giacomo Leopardi ha scritto questa immortale lirica. Era appunto gennaio 1819.

Da quel momento in poi decine e decine di generazioni hanno letto, studiato, commentato ed imparato a memoria questa lirica bellissima. Leopardi la scrisse tra il 1818 ed 1819.

Il poeta era solito salire sul monte Tabor, colle di Recanati sua città natale, che si affaccia verso sud. Nelle belle giornate limpide e prive di foschia, si può arrivare a vedere le cime innevate dei monti Sibillini.

Oggi il monte Tabor è un parco che sorge accanto al Centro Studi Leopardiani e al Palazzo Leopardi. Per tutto il 2019 sono previste a Recanati, e non solo, molti incontri culturali per ricordare e celebrare questo grande poeta.

Leopardi amava salire sul monte Tabor per poter contemplare “l’infinito”, che lui paragonava ad “inseguire una farfalla: godere più nell’atto stesso di rincorrerla, che nell’afferrarla”. Lo stesso vale per il paesaggio davanti, che non si riesce a dominare completamente perché è impossibile, proprio a causa della nostra limitatezza. Il limite però è la possibilità di cui approfittare per arrivare al piacere.

Credo che ognuno di noi nel leggere questa poesia, abbia avuto veramente la sensazione di “infinto”, di illimitato, di eterno. E quindi allo stesso tempo di paura, di smarrimento, di essere nulla rispetto al tutto che c’è dopo la “siepe”.

Duecento anni fa non esisteva praticamente nulla di quello che abbiamo noi oggi: cellulari, internet, televisione, radio. A quel tempo per comunicare esistevano solo le lettere che arrivavano, e non sempre, dopo molto tempo.

Ci spostiamo oggi velocemente con macchine e aerei. Siamo andati sulla Luna e sonde spaziali sono arrivate fino a Marte. A quel tempo ci si spostava in carrozza e la Luna era solo uno spettacolo bello da vedere di notte, come le stelle.

Oggi siamo sempre “connessi” a tutto e a tutti. La scienza ha spiegato molte cose, abbiamo per fortuna debellato molte malattie, viviamo di più (non credo meglio). Abbiamo studiato bene il cosmo, i pianeti e tante tante altre cose.

Ma quando saliamo sul monte Tabor e oltre la “siepe” vediamo l’“infinito”, rimaniamo senza parole, a bocca aperta, spaventati come bambini. Tutte le certezze scientifiche e cosmiche raggiunte, spariscono di colpo e come duecento anni fa è capitato a Giacomo Leopardi, “naufraghiamo in questo mare”.

Per questo credo che, finché l’uomo abiterà il pianeta Terra, basterà a chiunque salire sul monte Tabor per avere la stessa sensazione che ebbe Leopardi. Sono sicuro che “L’ infinito” si studierà finché l’uomo esisterà.

Buon anniversario Giacomo.