Alle 11:35 Cesare Battisti è atterrato a bordo di un Falcon 900 della CAI, la linea aerea dei servizi segreti italiani. Direttamente dalla Bolivia senza passare dal via (il Brasile).

Dieci minuti dopo l’atterraggio Battisti, scortato ma senza manette, è stato portato nel commissariato dell’aeroporto per sbrigare le prime formalità. Scortato da un lungo corteo blindato, avrebbe dovuto raggiungere il carcere romano di Rebibbia. Per motivi di sicurezza si è deciso però di condurlo nel carcere sardo di Oristano.

Qui comincerà a scontare la sua pena: l’ergastolo. In cella da solo, in isolamento diurno di sei mesi. Probabilmente potrebbe essere trasferito in un carcere lombardo, essendo la giustizia milanese ad essersi occupata del caso.

Quando ho visto Battisti scendere dalla scaletta dell’aereo,

ho ravvisato un uomo goffo, sovrappeso, un pò frastornato, tra jet lag e la comprensibile ansia di quanto gli stesse capitando. Con i capelli ed il pizzetto color mogano. Insomma un uomo banale. Come tanti di noi. Non ho visto il “rivoluzionario” del popolo, “l’intellettuale” perseguitato

dalla giustizia italiana, miope e sciocca. Il ricercato dai salotti Parigini e protetto da capi di stato di mezzo mondo. Lo scrittore affermato di libri noir. Il “rivoluzionario” amato da molte donne pronte, se non a tutto a molto, pur di dire di aver condiviso una notte con il “Che Guevara” italiano.

Anche quella sua aria, spesso strafottente, vista in migliaia di foto, oggi sembrava non appartenergli più. Insomma lo ripeto un uomo qualunque, senza alcun allure.

È così che mi è venuto in mente un libro, “La banalità del male” di Hannah Arendt. Si tratta del diario dell’autrice, inviata del settimanale New Yorker, sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann. Il gerarca nazista, rifugiatosi nel 1945 in Argentina e lì prelevato nel 1960 dal mossad, servizio segreto israeliano, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione.

La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.

Dal dibattimento in aula Arendt ricaverà l’idea che il male perpetrato da Eichmann, come dalla stragrande maggioranza dei tedeschi che si resero responsabili dello sterminio, fosse dovuto non ad una indole maligna, ben radicata nell’anima, quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Così Battisti mentre scendeva le scalette di quell’aereo, dava l’impressione di essere un uomo inconsapevole delle proprie azioni passate, incredulo per ciò che gli stava capitando.

Nessuna grandezza, solo la banalità del male.