Fissiamo alcuni punti fermi della questione, chiarendo innanzitutto di cosa stiamo parlando.

Fino a dieci anni fa lo spread era un indice noto quasi esclusivamente agli uomini di settore. L’Eurozona era considerata economicamente stabile e gli operatori di finanza non avevano necessari stimoli a cui essere sottoposti per acquistare da nazioni economicamente meno dinamiche.

Nel 2008 il fallimento della banca Lehman Brothers ha innescato la più grande crisi economica internazionale, dopo quella del ’29. Ed ha subìto un ulteriore scossone nel 2010 con il tracollo della Grecia.

Lo spread indica la differenza del tasso di rendimento tra due titoli di Stato. I titoli presi a riferimento sono quelli emessi dalla Germania (Bund) considerati i più sicuri, data la solidità dell’economia tedesca. I titoli italiani sui quali cade il confronto sono i Btp. Se i Btp decennali hanno un tasso di rendimento del 5% e gli equivalenti tedeschi dell’1%, lo spread sarà dato dalla differenza dei tassi. Cioè sarà del 4% (ovvero 400 punti base).

È difficile per le aziende italiane accedere al mercato del credito e con l’aumento dei tassi di interesse peraltro sono rese sempre meno competitive rispetto a quelle straniere.

Non sono aridi numeri ma indicatori fondamentali per capire quanto è solido uno Stato agli occhi degli investitori (e ricordiamo che con i titoli di Stato l’Italia gestisce il proprio debito pubblico. Se non riuscisse a “piazzarli”, non troverebbe risorse). Più è alto lo spread, meno affidabile è considerato il Paese. L’incidenza dello spread, se rimane alto per un periodo significativo, ha un impatto nel costo del debito del Paese, dato che lo Stato non si finanzia ogni giorno ma saltuariamente attraverso aste di collocazione di BTP e CCT.

Più è lungo il periodo di “agitazione” dello spread più aste di collocazione ricadranno all’interno di esso.

Detto questo, la crescita dello spread non ha un impatto diretto o immediato sulla nostra vita quotidiana, ma alla lunga potrebbe ripercuotersi sui mutui. Non quelli già in corso, a tasso fisso o variabile che sia, ma quelli ancora da stipulare.

Chi ha già un contratto a tasso fisso ha ovviamente la garanzia di una rata che resta invariata nel tempo. Ma anche chi ha scelto il tasso variabile non deve temere scossoni perché le variazioni sono legate all’Euribor, un indice che non è connesso all’andamento dello spread Btp-Bund. Il problema si pone invece per chi il mutuo lo richiede in questi giorni.

Le banche temporeggiano in attesa di capire se lo spread possa salire ancora. Un differenziale oltre i 400 punti base, ad esempio, sarebbe un problema anche per le banche che vedrebbero aumentare i costi della loro raccolta finanziaria.

E a chi si potrebbero scaricare questi costi più alti? Ad esempio, a chi chiede l’erogazione di un mutuo.

E come? Alzando lo spread interno. Il cosiddetto spread bancario applicato ai mutui, che è l’indicatore del margine di guadagno della banca nell’operazione.

Risultato finale: mutui più costosi. Punto e basta.