Ho 43 anni e ricordo solo tre Papi, Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e Papa Francesco. Anche se ero già nato non ricordo né Papa Paolo VIPapa Giovanni Paolo I. Ero troppo piccolo.

Vorrei iniziare proprio dall’ultimo, Papa Francesco. Il primo che in duemila anni di storia della Chiesa, abbia preso il nome del famoso Santo di Assisi. Dei tre è quello che mi piace meno di tutti. Spero di non incorrere in una scomunica dicendo ciò. Non mi piace, cara Santità. Spero che non se la prenda per quanto sto per dire. Anzi sono sicuro che non gliene importerà proprio nulla. D’altronde lei non può e non deve curarsi di tali facezie.

Santità mi perdoni, e questo non le dovrebbe riuscire difficile visto che è il suo mestiere, ma proprio non riesco a capirla. Quando Ella è stato eletto non sapevo chi fosse, ma questo mi sembrava tutto sommato una buona cosa. Mi sono detto, un Papa non curiale e non famoso che, come Ella ha ricordato appena eletto, viene dall’altra parte del mondo. Mi sembravano dei requisiti ottimali per un Pontificato nuovo sotto tutti i punti di vista. Ma, devo dirle, che il mio entusiasmo è durato veramente poco.

La prima cosa che non mi è piaciuta in lei è che non è andato ad abitare come tutti i suoi predecessori nell’appartamento che le spettava a Palazzo Apostolico. Sembra poca cosa, ma

tornare ogni sera a casa e vedere la luce accesa del Suo appartamento, sarebbe significato qualcosa. Vederla dal 2013 sempre spenta, significa qualcos’altro.

Poi le dico la verità, speravo che come aveva promesso avrebbe fatto dei grandi cambiamenti interni alla Curia. Che avrebbe cercato di ridurne il potere e anche il lusso nel quale vive. Anche qui mi perdonerà ma mi sembra invece che i cardinali, da Tarcisio Bertone in giù, continuino indisturbati a vivere nelle loro meravigliose magioni.

Poi aveva promesso grande riforma dello IOR (Banca del Vaticano) e delle finanze, nominando per questo il cardinale australiano Pell. Sappiamo tutti purtroppo come è andata a finire.

Le tralascio tutti gli scandali seguiti al caso Vatileaks, alla signora Chaouqui, scelta personalmente da lei, e a Monsignor Balda.

Per carità, errare umanum est, anche se forse non dovrebbe essere “umano” proprio come noi. Dopotutto è sempre il rappresentante di Dio in terra. Certo, quando Ella viaggia e va all’estero, ad aspettarla ci sono sempre folle oceaniche che la plaudono e la accolgono con gioia vera. Questo è innegabile. Anche se sommessamente mi permetto di dirle che questo capitava anche ai Suoi predecessori.

Purtroppo, questo ultimo viaggio apostolico che l’ha portata in Cile e Perù, non è stato esente da critiche. Come la nomina di Juan Barros a Vescovo della diocesi di Osomo. Barros infatti, risulta essere stato tra i più stretti collaboratori di Karadima, importante parroco di El Bosque a Santiago, condannato ad una vita di preghiera e penitenza, dopo essere stato accusato di numerosi abusi sessuali ai danni di minorenni.

Santità La prego, glielo chiedo sotto forma di supplica visto che, Dio me ne scampi! non è permesso dare un consiglio ad un Papa. Per tutto il resto del Pontificato che Dio vorrà darle, porti a termine tutte queste riforme che ci ha promesso.

L’altro Papa di cui parlerò ora è Giovanni Paolo II, o meglio San Giovanni Paolo II. Che dire di lui. Il terzo Pontificato più lungo della storia della Chiesa. L’uomo che ha fatto cadere il comunismo, il Papa che ha viaggiato più di tutti gli altri Papi messi insieme. Un Papa che è già entrato di diritto nella Storia con la S maiuscola.

Certo anche lui nel suo lungo Pontificato non è stato scevro da critiche e punti oscuri. Basti pensare alla creazione di Solidarność. Ai suoi rapporti con Sindona e Calvi. A Marcinkus, padre padrone dello IOR, protetto da Wojtyla fino alla fine. Alla visita in Cile al dittatore Pinochet. Ma si sa, come diceva Marcinkus, la Chiesa non si può governare con le “Ave Marie” e Wojtyla lo aveva capito benissimo.

Di tutto questo se ne occuperà la storia e fra molti, moltissimi anni, darà un suo giudizio forse inappellabile anche per un Papa, per di più Santo. Però, ed è un però grande quanto il mondo intero, questo uomo, Wojtyla, ha dato per anni una lezione al mondo, che certamente non gli farà perdonare tutti gli errori fatti, ma con eguale certezza lo ha fatto apprezzare e stimare da tutti, laici e credenti. Il modo in cui ha sopportato senza mai lamentarsene la malattia, fino alla fine, logorato e mangiato dalla stessa, senza più forze e voce ma ancora capace, fino a pochi giorni prima di morire, di affacciarsi per l’Angelus da Piazza San Pietro.

Il suo è stato un messaggio che è andato ben oltre quello di far vedere che era un uomo coraggioso e forte. È stato un messaggio culturale, che ha sdoganato il dolore e la malattia, in un mondo come quello odierno che al contrario cerca di confinare tutto ciò che non è bello e presentabile. Il dolore e la malattia appartengono alla vita umana e a questa bisogna dare un senso. Lui lo ha fatto in modo encomiabile.

Era solito ripetere le parole dell’Apostolo Paolo, “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Per ultimo vorrei ricordare Papa Benedetto XVI, il miglior Papa per me. Un Papa che personalmente mi ha conquistato. In lui, per me laico e non credente, ho visto per la prima ed unica volta, una figura che mi ha permesso di avvicinarmi alla religione, con le sue meravigliose e avvincenti lezioni di teologia. Un esempio fra tutti il famoso discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, dedicato al dialogo tra Fede e Ragione, in cui solo il fraintendimento di un passaggio provocò inizialmente critiche dal mondo Musulmano ma che, riletto oggi, ne chiarisce la grandezza e la profondità.

E poi, come per il discorso di Ratisbona, anni dopo gli piovvero addosso critiche feroci quando decise di rinunciare al Papato. Anche qui con il passare del tempo ci si è resi conto che non è stato un gesto dettato dalla stanchezza o dall’età che avanzava, ma dalla grandezza, prima di un uomo e poi di un Papa, che per amore sconfinato verso la Chiesa ha deciso razionalmente e freddamente di ritirarsi a vita meditativa e di lasciare il governo della Chiesa al suo successore.

I motivi di questo gesto forse non li sapremo mai e forse sarà meglio così. L’unica cosa di cui sono certo, è che un gesto del genere gli deve essere costato tantissimo, sia dal punto di vista umano, che dal punto di vista spirituale. Ma sono ancora più certo che per rinunciare al Papato Benedetto XVI deve aver pensato anche lui alle parole dell’Apostolo Paolo “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

E fra molti, moltissimi anni avremo la certezza che il suo “rifiuto” è stato un gesto di grandissimo coraggio.