Thierry Sabine nasce il 12 giugno 1949, nella clinica Du Belvédère di Boulogne-Billancourt, dove sua madre Andreè è sottoposta a taglio cesareo.

Il padre Gilbert è un rinomato dentista della Parigi bene dell’epoca. Fin da piccolo Thierry dimostra una particolare propensione per la velocità, sotto qualunque forma: biciclette, sci, slittino e naturalmente ama vedere sfrecciare le macchine.

È un bambino molto vivace e già molto coraggioso. Non ama lo studio, forse perché troppo statico. A soli tredici anni guida, in montagna su delle strette strade tortuose, la Simca 1000 della mamma. Finisce fuori strada ma per fortuna senza gravi danni alla sua persona ed alla macchina.

Altra brutta avventura del giovane Thierry, avviene quando in una giornata di mare molto mosso decide di prendere il gommone del padre ed uscire per provare le sue capacità di marinaio.

Thierry è molto bravo anche nel giocare a calcio e a pallavolo. Diventa anche un ottimo cavallerizzo.

Nel 1964, a Le Tourque, conquista la semifinale del campionato francese juniores di equitazione. Nel 1966 ha diciassette anni ed eccelle nei concorsi ippici. Al contempo si sta costruendo una reputazione di tutto rispetto anche in campo sentimentale.

Nella zona di Tourquet, la lista delle sue conquiste si allunga rapidamente.

Nel 1968 riesce, anche se a fatica, a prendere il diploma. Il padre Gilbert gli regala una Alpine 1300 ed un pilota, amico di famiglia, la prepara per correre.

Nel 1969 Thierry si classifica secondo nel rally del Tourquet. Parteciperà a vari rally del campionato del mondo. All’edizione del 1975 della 24 Ore di Le Mans si piazzerà diciassettesimo su di una Porsche.

Appassionato alle corse nel deserto, nel 1977 si perde in Libia, durante la competizione Nizza-Abidjan.

Decide di organizzare una competizione aperta a vari tipi di veicoli, che si svolga in gran parte nel deserto.

Il 26 dicembre 1978, prende il via da Parigi la prima edizione di quella che diventerà la celebre Parigi-Dakar.

Thierry continua a seguire la sua “creatura”, per tutte le edizioni successive. Fino al 1986 quando, all’età di 37 anni, muore precipitando con un elicottero proprio durante la gara.

Da allora, la Parigi-Dakar non sarà mai più la stessa. Sì, perché alcuni personaggi sono completamente inscindibili dalle loro creature e dalle loro opere. Non è possibile evocare le une senza evocare le altre. Questo legame indissolubile suscita, a volte, reazioni esagerate.

È stato il caso di Thierry, che trovava nelle contestazioni e nella polemica uno stimolo in più per battersi.

Il suo stile, i suoi eccessi con le ragazze, il fatto che fosse riuscito, sin dalla prima edizione, a trasformare una gara durissima e sperduta tra le dune in un evento mediatico, non andava a genio ad alcuni conservatori retrogradi, sedicenti difensori dello sport con la “S” maiuscola.

In molti dicevano che la Parigi-Dakar non fosse una gara sportiva ma un massacro.

Il bollettino, alla fine della competizione, sembrava quello di una piccola guerra.

Vi erano morti non solo tra i concorrenti ma anche tra gli spettatori o i passanti (come il caso di un bambino, investito mentre una macchina della gara a folle velocità attraversava un villaggio).

Feriti, tantissimi.

Alcuni, porteranno i segni della corsa per sempre. E poi, non c’erano regole.

I concorrenti stessi non erano spesso né corretti né sportivi tra loro. Non esistevano cellulari, satellitari, niente di tecnologico. Solo la classica bussola.

Ci si perdeva nel deserto che era una meraviglia. Si era in due: tu e la tua voglia di avventura.

Per questo, da tutto il mondo, ogni anno aumentavano i partecipanti alla corsa.

Negli anni di Thierry vi hanno preso parte anche personaggi famosi, che non hanno saputo resistere al fascino della sfida, senza magari essere preparati. Fra questi il principe Alberto di Monaco nell’edizione 1985 e 1986, l’ultima di Thierry.

Sua sorella Carolina, con il marito Casiraghi, parteciparono con un camion.

Il nostro Renato Pozzetto. Mark Thatcher, figlio playboy della statista Margaret. Scomparve nel deserto del Sahara, edizione 1982.

La celebre madre fece chiamare immediatamente Algeri ed ordinò una missione di soccorso su larga scala. Venne ritrovato sano e salvo sei giorni dopo, grazie all’esercito algerino a 70 km dal percorso di gara.

Paul Belmondo, figlio del celeberrimo Jean-Paul, anche lui partecipò alla Parigi-Dakar.

Dal 2009 la gara si è spostata in Sud America, nel gennaio 2020 si correrà in Arabia Saudita.

Thierry era un mercante di sogni e di felicità.

Era l’erede dei leggendari avventurieri delle sabbie, di quel Sahara che rivela agli uomini la loro vera natura, senza fare sconti. Affascinato, conquistato e ammaliato dall’Africa, ne fu un ambasciatore. Sfruttando il suo carisma e la rara capacità decisionale di cui era dotato, ed assecondando la sua passione per l’azione, visse fino in fondo il proprio destino di moderno Principe del Deserto.

Oggi la Parigi-Dakar è solo una corsa come tante altre, senza poesia né fantasia.